«In quel tempo Giovanni, chiamati due dei suoi discepoli, li mandò a dire al Signore: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. Venuti da lui, quegli uomini dissero: “Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: ‘Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?'”. In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. Poi diede loro questa risposta: “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia.
E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!”».
Gesù nel capitolo precedente ha appena espresso chi sono i beati, coloro a cui verrà ribaltata la sorte e donata la vera gioia, data dall’incontro con Lui. All’inizio del capitolo 7 vediamo tante azioni che vanno in questa direzione: Gesù si prende cura degli ultimi, mostrando che l’unica vera logica del Regno è l’amore per loro. In tutto questo Giovanni, imprigionato (quindi in una situazione di oscurità), vive il dubbio: egli sapeva che il Messia sarebbe venuto, ma che ci sarebbe subito stato il giudizio definitivo sui giusti e sugli ingiusti. Quindi manda i suoi delegati a parlare con Gesù ed egli non risponde con un “sì” o un “no” alla sua domanda, ma ribadisce la logica del Regno: realizza la profezia di Isaia in cui agli ultimi è donata la gioia del Regno, la liberazione dalla schiavitù della povertà.
A noi cosa dice questo brano? Nel mondo di oggi, un mondo in cui la povertà non fa altro che aumentare, in cui la gente è costretta nelle proprie case, impossibilitata a rivedere i propri cari, schiacciata dalla solitudine e, a volte, dall’abbandono, che senso hanno le parole di questo testo? Gesù ha mantenuto le sue promesse di beatitudine per i poveri, coloro che oggi assumono la figura dei migranti, dei malati di Covid, di coloro che sono soli e schiacciati dal peso di un futuro sempre incerto? Allora, in questo contesto, le parole di Giovanni non possono che essere le nostre: chi dobbiamo aspettare, Gesù? Quale Gesù stiamo aspettando?
In questo periodo di Avvento, forse più di tanti altri, dobbiamo chiedere a Gesù e chiedere a noi stessi: chi stiamo aspettando? E poi: da dove viene la speranza nell’attesa? Una formula magica per rispondere a questa domanda probabilmente non esiste, ma se ognuno di noi, nel silenzio e nella solitudine imposta di questi giorni, riesce a scorgere nella propria vita, presente o passata, quei piccoli o grandi segni in cui la logica di Dio è venuta fuori capovolgendo quella del mondo (ossia benedicendo i poveri e “maledicendo” i ricchi) allora potrà scoprire, come probabilmente ha fatto Giovanni in prigione, che Gesù sta davvero liberandoci dalla povertà che fa male, quella che rende soli, che toglie speranza e che schiaccia, a favore di una povertà “gioiosa”, perché ci rende capaci di sentirci cercati come i poveri che Gesù cerca costantemente lungo tutti i Vangeli, proprio da Lui.
E allora che questo Avvento sia davvero un tempo di attesa, radicata nella speranza, data dall’esperienza di un Gesù che ci ha preso per mano, che ci ha fatto sentire cercati, per costruire un mondo giusto, in cui l’amore è la legge, in cui le beatitudini sono gli articoli della sua costituzione, in cui il governante è l’ultimo degli ultimi, il Crocifisso, nato in estrema povertà.
Auguriamoci l’un l’altro di saper vivere il dubbio come Giovanni, ossia radicando la nostra fede e la nostra speranza in ciò che Gesù ha fatto per trovarci, per amarci e per rilanciarci, inaugurando la stagione della Chiesa, colei che cammina nel mondo come una povera viandante tra i poveri in cerca del suo Cristo, del suo vero ed unico amore.
A cura di Edoardo Cavazza