29 novembre: Pillole d’Avvento

Vegliate (Mc 13,33-37)

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento.
È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!”».

Questa domenica inizia l’Avvento e un nuovo anno liturgico, durante il quale ci accompagnerà come lettura prevalente il Vangelo di Marco.
Il primo testo che incontriamo, quello di oggi, è costituito dagli ultimi versetti del capitolo 13, che contiene il discorso apocalittico di Marco.
L’ambientazione è molto suggestiva: Gesù è sul monte degli Ulivi e da lì ha un’ottima visione del complesso del tempio di Gerusalemme. Sono con lui solo quattro discepoli, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea, che lo interrogano sui tempi in cui il Regno di Dio si manifesterà definitivamente. Gesù risponde con un discorso di tipo apocalittico in cui afferma che il Regno viene come un dono di Dio e che l’uomo lo deve attendere senza paura.
Il capitolo 13 è una specie di pausa nella narrazione prima dell’inizio del racconto della passione e in realtà non è rientra del tutto nel genere apocalittico. Il testo assume immagini e tematiche dell’apocalittica facendo però prevalere un intento esortativo.

Gesù vuole insegnare ai discepoli come affrontare il tempo successivo alla sua morte e resurrezione, cioè come vivere il momento dell’attesa e delle crisi di cui sempre è costellata la storia e la vita di ognuno.
In questa prima domenica di Avvento ascolteremo gli ultimi versetti del capitolo che invitano a vegliare nell’attesa. Gesù non rivela i tempi, anzi afferma che non conoscere il futuro fa parte della vita del cristiano.
Porta come esempio una piccola parabola che parla di un uomo che parte per un viaggio e lascia i suoi beni ai servi (come la parabola dei talenti e delle mine). Il padrone al suo ritorno si aspetta di trovare i servi svegli. Questo testo parla della fine dei tempi e del ritorno del figlio dell’uomo ovvero della piena realizzazione del regno di Dio.

Noi lo leggiamo all’inizio dell’Avvento e questo orienta la nostra lettura. L’attesa del Signore si declina in molti modi: è attesa della fine dei tempi, ma anche attesa che il Signore si manifesti nella storia, come liberatore e alleato promettente dell’uomo, è attesa del Messia nelle profezie dell’Antico Testamento, ma soprattutto che il Signore risorto nasca nella nostra vita.
Il vigilare è il modo di stare nell’attesa e il suo contrario è l’addormentarsi: vive come stesse dormendo chi si perde nelle distrazioni e dissipazioni di ogni giorno non custodendo in se stesso un centro unificante attraverso il quale interpretare e dare senso alle cose.
La vigilanza nella storia della spiritualità cristiana è spesso stata collegata alla contemplazione e riformulata nell’esperienza dell’attenzione. Si pensi a Sant’Antonio (tra il III e il IV sec.) che, secondo la vita narrataci da Atanasio, ricevette dal cielo questo invito: «bada a te stesso». Questa formula è usata spesso negli apoftegmi dei padri del deserto ed è intesa come un invito al raccoglimento, alla vigilanza, al prendersi cura della propria anima invece di perdersi nell’esteriorità.
L’invito alla vigilanza nella forma dell’attenzione attraversa tutta la storia della spiritualità e arriva fino al Novecento con le riflessioni di Simone Weil che afferma sinteticamente: «l’attenzione è l’essenza della preghiera».
Per la Weil l’attenzione non comporta uno sforzo di volontà, ma un atteggiamento simile a chi guarda un bel quadro o ascolta un brano musicale. Allo stesso modo per pregare ci vuole una mente libera dai propri pensieri, dalle preoccupazioni, capace di vivere l’attesa di colui che può venire a incontrarci.

La fede non è ansimante sforzo di pervenire a Dio, ma l’attesa certa che Lui scenderà fino a noi, se sapremo rivolgere a Lui il nostro sguardo e se lo sapremo desiderare come il Bene. In questo senso non si tratta di compiere uno sforzo (come per colui che a forza di saltare in alto è convinto che prima o poi raggiungerà il cielo), ma di imparare l’arte dello sguardo e dell’attenzione; la capacità di vedere…
Simone scrive che spesso noi ci comportiamo come i bambini fra i banchi di scuola: nel momento in cui l’insegnante chiede loro un di più di attenzione, essi contraggono la fronte e lo sguardo…; ma se dopo due minuti si chiederà che cosa è stato detto loro, essi non lo sapranno ripetere, perché la loro attenzione si è volta allo sforzo da compiere, non già all’oggetto che veniva loro presentato.
La fede per Simone non può essere uno sforzo muscolare, il nostro darci da fare in mille modi per riuscire in qualche modo a prenderci almeno un angolino di Dio…
La fede è l’atto assolutamente delicato in cui acconsentiamo al suo scendere fino a noi. È un atto di consenso “come di una sposa che dice sì”.
È Lui che viene, a noi sta il lasciarci trovare. Ecco un bel modo di vivere l’Avvento.

A cura di don Carlo Bellini

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