Estremismi

Campo invernale giovani 2025

Il mondo di oggi, stando alle notizie internazionali, sembra essere dominato da chi va oltre ciò che è considerato accettabile, spesso motivato da ideologie divisive e usando un linguaggio violento. In una parola: estremismi. È questo il tema che abbiamo voluto esplorare con il campo invernale del settore Giovani dell’Azione Cattolica, svoltosi dal 27 al 30 dicembre a Sant’Antonio in Mercadello, in quattro giornate di vita comunitaria con momenti di approfondimento in compagnia di alcuni relatori.

“Dai libri di storia alla concretezza della vita”: Estefano Tamburrini, giornalista italo-venezuelano, ci ha regalato un racconto in prima persona della sua esperienza di attivismo in Venezuela, paese oggi più che mai al centro della cronaca internazionale. Se guardiamo al secolo scorso, ci accorgiamo subito che gli estremismi hanno avuto un ruolo determinante nelle vicende geopolitiche europee e nazionali, per poi arrivare a una situazione di risoluzione. La storia del Venezuela è però tutt’altro che pacificata: l’approccio anti-democratico del governo ha causato gravi problemi sociali, fomentando un’opposizione cresciuta sotto la violenza della repressione. Estefano in questo contesto ci è cresciuto, si è impegnato in prima linea per la causa della libertà, rischiando tanto e finendo anche in carcere ma sempre rimanendo fedele ai valori del dialogo e della non-violenza. La chiave per resistere agli estremismi senza cadere nella logica della vendetta, diventando peggio di ciò che si combatte? Ricordare che il tuo avversario ha un volto, cercare la comune radice di umanità, che lui ha scorto negli occhi dei suoi carcerieri. La sua testimonianza molto sentita ci colpisce nel profondo e ci lascia la consapevolezza che l’impegno dei miti per la giustizia è sempre fondamentale, per quanto sembri nascosto e non faccia notizia.

 

L’estremismo ha sicuramente radice nell’identità delle persone, come abbiamo visto nella seconda sera con l’aiuto del prof. Loris Vezzali, ordinario di psicologia sociale presso Unimore.
L’identità personale è in realtà sempre sociale perché si gioca nelle dinamiche di gruppo. Gli estremismi entrano in gioco quando l’identità porta un gruppo a percepirsi minacciato e quindi a reagire in modo aggressivo verso gli altri, per preservare la propria identità: la chiusura, l’isolamento, il rifiuto del dialogo e (anche qui) la disumanizzazione del diverso sono tutti segnali di allarme che indicano fratture sociali da ricucire, come nel caso delle comunità di stranieri. L’esempio delle baby gang, poi, ci ricorda l’importanza del contesto in relazione all’idea di normalità: un comportamento “deviante” e quindi estremo per la nostra società potrebbe essere invece percepito come normale in contesti sociali e culturali diversi. Emblematico di questa dinamica è il fenomeno dell’hate speech, in cui l’odio viene normalizzato e quindi incentivato, poiché si tende sempre a uniformarsi alle regole del contesto in cui ci si trova per ottenere riconoscimento sociale.

 

Si prosegue andando a scovare gli estremismi nelle relazioni, con il prof. Gian Antonio di Bernardo, associato di psicologia sociale presso UniMORE. Mettiamo subito le cose in chiaro: il bisogno relazionale è alla base dei bisogni primari dell’essere umano, per cui è “normale” che anche in questo dinamismo si possa finire per cadere in alcuni estremismi. I modelli di relazioni più socialmente accettati ci vengono proposti dal contesto in cui viviamo, che oggi fortunatamente è un po’ meno giudicante, anche se le forme più tradizionali di relazionalità non sono garanzia di buon funzionamento. Nel rifiuto della rigidità si gioca la libertà di nuove relazioni libere dal peso dell’irrevocabilità, senza però scadere nell’estremo della superficialità totale: è importante comunicare il grado di coinvolgimento che si è disposti a mettere in gioco e, per costruire più in profondità, è necessario maturare la scelta dell’impegno e l’accettazione del cambiamento, con uno sguardo che dall’io passa al noi.

 

Il punto di arrivo è affidato ad un dialogo tra don Erio Castellucci, nostro vescovo, e Maria Giovanna Titone, canonista con esperienza di vita religiosa e impegno nel sociale. La grande domanda che abita il nostro cuore dall’inizio di questo campo è impegnativa: come possiamo restare fedeli al desiderio di radicalità che, come cristiani, ci contraddistingue, senza rischiare di cadere in estremismi?

Maria Giovanna, in collegamento sullo schermo, ci ha raccontato di come l’incontro con Cristo nella sua vita si sia concretizzato nella scelta della consacrazione, accompagnata dalla percezione di essere immune da forme di estremismo poiché il suo servizio la portava a dialogare con persone e culture diverse. L’estremismo lo ha trovato invece dentro di sè, in una forma di perfezionismo della santità che spinge ad essere sempre i migliori, rischiando di vivere il servizio in una logica prestazionale stremante e finendo per giudicare con arroganza chi non si impegna allo stesso modo. Uscita da quell’esperienza, ha intuito che la vera radicalità per lei è un atto di affidamento nel credere che la realtà che ci circonda sia benedetta, e che Dio ci accompagna sempre in ogni fase del nostro cammino.

Al dinamismo del movimento si collega anche don Erio, secondo cui la Chiesa dovrebbe pensarsi sempre in cammino, e non al punto di arrivo. Il gesto più radicale dei discepoli stessi è rispondere al “seguimi” di Gesù, camminare con lui, condividere le gioie e le sofferenze degli ultimi e da essi imparare l’umanità di Dio ogni giorno in modo migliore, senza mai sedersi e credere di essere arrivati. Chi ha maturato questo stile di fede non ha problemi a dialogare, a mettersi in discussione, anche per arricchire la propria posizione, a differenza di chi invece vorrebbe una fede basata solo su certezze immutabili e si chiude rifiutando il dialogo. La radicalità dello stile del cammino poi fa sempre crescere in umanità chi la pratica, l’estremismo fa crescere solo nel risentimento verso chi è diverso.

Nelle risposte alle domande finali troviamo altri spunti preziosi. Qualche ingrediente per la salute delle nostre comunità ecclesiali: promuovere la libertà di coscienza degli individui, favorire il dialogo e la formazione, costruire spazi di confronto e libertà di critica sulla gestione del potere, progettare l’apertura delle comunità verso le povertà scartate dal mondo.

Per portare pace, per essere “santi umili” impegnati nelle strade e nelle chiese sull’esempio di S. Pier Giorgio Frassati, ci viene chiesto oggi di camminare insieme, di continuare ad interrogarci, di abitare le tensioni degli estremismi per comprenderle e disinnescarle con gli strumenti disarmati dell’Amore che Gesù stesso ci ha mostrato con la sua vita. Questi atteggiamenti di radicalità evangelica li auguriamo a noi stessi, alla nostra associazione, alla nostra Chiesa e a chi in ogni luogo quest’anno sogna un mondo piú pacifico, meno estremo, piú umano.

 

Di Matteo Tarabini Solmi

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