In questo turno di esercizi spirituali unitari don Claudio Arletti, biblista dell’Arcidiocesi di Modena-Nonantola, ci ha accompagnato alla scoperta del Vangelo secondo Giovanni.
Prima meditazione (Gv 21, 12-25). Si ritiene che questo capitolo sia un’appendice aggiunta in un secondo momento con lo scopo, da parte dei seguaci di san Giovanni, di legittimare la propria comunità agli occhi della maggioritaria Chiesa petrina e giustificare le discordanze con i sinottici: Giovanni è uno dei Dodici e riporta episodi vissuti da lui in prima persona, che vanno ad aggiungersi e non certo a contraddire gli altri vangeli (cfr. vv. 24-25). L’apparizione sul lago di Tiberiade è quindi il momento, nel vangelo di Giovanni, in cui assistiamo all’istituzione del primato di Pietro (cfr. vv. 15-17): con una dinamica che rispecchia e in ultimo sana il triplice tradimento, il Signore Gesù conferisce a Pietro il mandato di pastore e di custode dell’unità della Chiesa; Pietro viene infatti invitato a non preoccuparsi della presenza di Giovanni che li segue da lontano. Con questa scena, l’autore del capitolo 21 sembra quindi voler dire che la comunità giovannea, con il suo approccio mistico (Giovanni viene sempre descritto come il discepolo amato, colui il cui unico ruolo è ricevere l’amore del Signore) è a pieno titolo una parte legittima della Chiesa che non si oppone alla dinamicità missionaria di Pietro ma la completa.
Con questa meditazione siamo stati invitati a fermarci e, come Giovanni, appoggiare il capo sul petto del Signore per ricevere il Suo amore.
Seconda meditazione (Gv 4, 1-30). Con il brano della Samaritana inizia la carrellata di incontri “a tu per tu” fra Gesù e vari personaggi colpiti da diversi tipi di afflizioni. Nel caso della Samaritana si tratta di una vita sentimentale disordinata, una insaziabile sete di amore che l’ha portata ad avere una lunga serie di relazioni fallite. Per Gesù chiedere da bere è solo un pretesto per mostrare a questa donna il vero amore Amore di Dio: la vita eterna è come acqua viva di fonte, che sgorga inesauribile ed è disponibile immediatamente e senza sforzo. L’acqua del pozzo, al contrario, è ferma, placa la sete solo momentaneamente e per ottenerla bisogna faticare. La vita eterna è quindi già qui e ora e ci viene donata liberamente. Dopo questo incontro la donna Samaritana ritorna a l suo villaggio (curiosamente lasciando indietro la brocca con la quale voleva attingere dal pozzo, come a voler indicare il superamento della contingenza materiale) e, testimone improbabile, annuncia a tutti quelli che incontra che Gesù è il Messia.
Questo brano ci ha invitato a riflettere sul potere trasformativo dell’incontro personale con il Signore nella nostra vita, un Signore che chiede con l’intento di donare molto più di quanto chiesto.
Terza meditazione (Gv 9). Con l’episodio della guarigione del cieco nato veniamo spinti a riflettere su svariati tipi di cecità:
- Cecità fisica: il cieco nato viene guarito dalla sua malattia e attraverso questa esperienza approda alla fede.
- Cecità teologica (cfr. vv. 2-5): i discepoli chiedono a Gesù se la cecità sia una punizione per i peccati dei genitori o del cieco stesso. Si tratta di una visione tipica del mondo antico ma a cui nemmeno l’uomo moderno è esente che vede l’aderenza stretta a una ritualità come un modo per ipotecarsi la buona sorte e placare l’ira di Dio. Gesù che guarisce il cieco ribalta questa visione del mondo: è nella tragedia che si svela la gloria di Dio.
- Cecità al manifestarsi della gloria del Cristo: dopo essere stato guarito, il cieco nato si trova a dover affrontare una serie di situazioni imbarazzanti. I vicini di casa si abbandonano al pettegolezzo e speculano sulla sua identità, credendolo un sosia nonostante le sue ripetute proteste. I farisei discutono sulla liceità della guarigione poiché operata da Gesù durante il Sabato, interrogano il cieco guarito e lo umiliano per la sua testimonianza. I genitori cercano di defilarsi dalla questione nel timore di perdere la rete relazionale che l’aderenza ai precetti religiosi fornisce loro.
Questo brano ci ha portati a riflettere sulle nostre cecità. Quante volte viviamo il gesto religioso in maniera superstiziosa e la congregazione come un circolo sociale? Quante volte ci abbandoniamo al pettegolezzo e a inutili speculazioni di dubbio carattere dottrinario che altro non fanno che minare la nostra unità nel Cristo?
Veglia del sabato sera (Gv 11 1-44). Leggendo il brano della resurrezione di Lazzaro veniamo invitati a lasciare che l’incontro con il Cristo trasformi la nostra vita, anche nei suoi momenti più oscuri: il male non scompare ma viene trasfigurato attraverso la compassione. Possiamo così uscire dai nostri sepolcri, sbarazzarci delle nostre bende e annunciare la Speranza.
Quarta meditazione (Gv 17). Il capitolo 17 è da intendersi come una sorta di testamento di Gesù. I ripetuti riferimenti alla gloria sono da intendersi come metafora della morte e resurrezione di Cristo, attraverso le quali è possibile conoscere (e quindi amare) il Padre. La contemplazione della gloria di Dio è ciò che dà sostanza alla nostra vita e ci permette di accedere alla vita eterna per sorgere uniti nella gioia al di sopra del brusio del mondo. Il mondo altro non è che l’insieme delle contingenze che inducono a distogliere lo sguardo dalla Gloria, ci dividono e ci impediscono di rendere la Gioia il nostro nucleo più profondo.
Di Letizia Gavioli