«In quel tempo, Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre”».
Il Magnificat è la risposta gioiosa di Maria al saluto altrettanto gioioso di Elisabetta quando va ad incontrarla. Una gioia che scaturisce dall’attesa del Figlio di Dio, ma soprattutto dall’aver sperimentato che Dio è Padre e si è fatto vicino a lei, ma a tutto il popolo d’Israele. Aver capito che Dio si fa vicino con fedeltà al suo popolo, che mantiene le promesse, che non lo abbandona.
Quante volte nella nostra preghiera ci immaginiamo un Dio lontano, che non si commuove ma va convinto, va impietosito per attirare la Sua attenzione?
Ma la gioia di Maria non è un gioia solo personale, è una gioia che si allarga a tutto il suo popolo. Lei capisce come questo dono di amore non sia solo per lei, ma sia una ricchezza per tutta la sua comunità, per tutto il suo popolo, per tutta l’umanità. Il cuore di Dio è vicino ai poveri, vicino a chi soffre, non va conquistato, non va meritato. Il cuore di Dio batte al ritmo dei sofferenti e dei poveri. E noi come preghiamo? Certo la dimensione anche personale è fondamentale ma abbiamo una tensione spirituale verso tutti i fratelli? Oppure la nostra preghiera si accende, si infiamma… ma si esaurisce in richieste e ringraziamenti solo per noi?
Per raccontare la sua gioia Maria utilizza parole che provengono non solo dalla sua storia personale con Dio, ma anche dall’intero popolo d’Israele, attinge dalle parole di amore del suo popolo verso il suo Dio, dall’Antico Testamento. Quanto riusciamo ad amare il Vangelo, l’Antico Testamento e la tradizione spirituale della Chiesa? Certo è bello inventare nuove preghiere del tutto personali, ma riusciamo a fare tesoro del dono della Parola di Dio, custodendola, approfondendola come strumento e luogo privilegiato per plasmare il nostro cuore?
A cura del Settore Adulti di AC