Intervista tripla

Emiddio, Enrico e Mauro, i tre nuovi diaconi amici dell’AC

Alla vigilia della Pentecoste, il 14 maggio, Emiddio, Enrico e Mauro, tre dei nostri seminaristi di Carpi, hanno ricevuto l’ordinazione diaconale: tappa importante, prossima al traguardo del sacerdozio. Abbiamo dunque ritenuto importante e curioso, un confronto con loro riguardante alcuni argomenti affrontati da papa Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium e nell’esortazione apostolica postsinodale Amoris Laetitia. Partendo proprio da alcune parti delle due esortazioni, i neodiaconi ci hanno offerto interessanti riflessioni personali, in merito a ciò che stanno vivendo e alla loro esperienza personale di fede e di Chiesa.

«La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento». (EG 1) «Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene». (EG 2)

ENRICO: «L’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena» (Gv 3,29). Il frutto più prezioso dell’incontro tra lo sposo (Gesù) e il suo amico (Giovanni) è costituito dalla «gioia», scaturita dal desiderio di quest’ultimo di «stare» alla presenza del Signore e di porsi in docile ascolto della sua Parola. Invece di rattristarsi per il successo di Gesù, Giovanni esulta, come al suo primo incontro con lui nel grembo della madre (Lc 1,41). Nell’incontro con il suo Signore, Giovanni vede «portare a compimento» l’opera iniziata in lui dal Padre e ne gioisce. La storia di ogni vocazione è storia di un incontro con Gesù, esito della risposta alla domanda che ogni uomo vero porta nel proprio cuore: «cosa posso fare per avere la vita eterna?» (Mc 10,17). L’incontro con Gesù nasce solo se questa domanda è rivolta a Lui: se Gesù non è ritenuto in grado d’intercettare le esigenze più profonde dell’uomo, allora la vita cristiana è estranea ai nostri destini, ma se Gesù è risposta adeguata a questa domanda, allora l’esperienza di stare con lui e ascoltarlo ha il potere di condurre le nostre vite alla vita piena, alla vita stessa di Dio. Proprio come ha scritto papa Francesco nell’Evangelii gaudium al n. 1. La gioia del Vangelo libera dalla schiavitù del miraggio dell’autorealizzazione, per aprire alla possibilità della perfezione della persona umana: «quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene» (EG 2). Se, come il giovane ricco, sogniamo di raggiungere la meta della perfezione, cerchiamo la pienezza della nostra gioia nella capacità di donare noi stessi, di stare in mezzo ai fratelli «come colui che serve» (Lc 22,26): «vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,9-11).

«La proposta è vivere ad un livello superiore, però non con minore intensità: “La vita si rafforza donandola e s’indebolisce nell’isolamento e nell’agio. Di fatto, coloro che sfruttano di più le possibilità della vita sono quelli che lasciano la riva sicura e si appassionano alla missione di comunicare la vita agli altri”». (EG 10)

EMIDDIO: Qui il papa ci dice che è bello donare la vita per gli altri, appassionandoci alla missione che Gesù ci affida. Diventare diacono per me oggi significa proprio questo: donare agli altri, con semplicità, la mia vita ogni giorno mettendo tutto me stesso a servizio del Vangelo per la nostra diocesi di Carpi, vivendo io in prima persona nella concretezza la parola di Gesù su cui desidero fondare la mia esistenza per sperimentare fino in fondo quella gioia e quell’amore gratuito che mi è stato donato per la salvezza. L’essere diacono mi richiama anche ad essere discepolo fedele del Signore morto e risorto per me, annunciando e testimoniando con coerenza e fedeltà il Vangelo alle genti e mettendomi a servizio della diocesi di Carpi in modo che la fede possa rifiorire nel cuore di ogni uomo.

«L’evangelizzazione obbedisce al mandato missionario di Gesù: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20). In questi versetti si presenta il momento in cui il Risorto invia i suoi a predicare il Vangelo in ogni tempo e in ogni luogo, in modo che la fede in Lui si diffonda in ogni angolo della terra». (EG 19)

EMIDDIO: Il diaconato non è un titolo di merito, ma è un carisma, un ministero che il Signore ci dona per arricchire la sua Chiesa. Tutti noi insieme costituiamo, infatti, il popolo santo di Dio e a tutti noi, come singoli e come comunità, è rivolto il mandato che Gesù ha affidato ai suoi discepoli: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19). Con queste parole, come ha spiegato papa Francesco, «il Risorto invia i suoi a predicare il Vangelo in ogni tempo e in ogni luogo, in modo che la fede in Lui si diffonda in ogni angolo della terra». È la missione che coinvolge tutti noi, soprattutto noi diaconi.

«Le altre istituzioni ecclesiali, comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre forme di associazione, sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori. Molte volte apportano un nuovo fervore evangelizzatore e una capacità di dialogo con il mondo che rinnovano la Chiesa. Ma è molto salutare che non perdano il contatto con questa realtà tanto ricca della parrocchia del luogo e che si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare. (EG 29) «I laici sono semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio. Al loro servizio c’è una minoranza: i ministri ordinati. È cresciuta la coscienza dell’identità e della missione del laico nella Chiesa. Disponiamo di un numeroso laicato, benché non sufficiente, con un radicato senso comunitario e una grande fedeltà all’impegno della carità, della catechesi, della celebrazione della fede. […] non si riflette nella penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico». (EG 102)

MAURO: Uno dei dati più importanti che il Concilio Vaticano II ha fatto emergere per la Chiesa è l’importanza del laico. Ogni cristiano, in quanto battezzato, partecipa alla missione della Chiesa di annunciare il Regno di Dio. Papa Francesco nell’affermare che «i laici sono semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio», afferma questa grande verità. La Chiesa senza laici non sarebbe tale e al loro servizio ci sono i ministri ordinati, in qualità di guide che orientano, aiutano, educano e amano questo popolo di Dio. Il laicato è una grande risorsa per i ministri ordinati quando la collaborazione, anche se talvolta difficile da attuare, diventa la base della vita di una comunità il cui unico intento è quello di crescere e vivere nella carità. Si assiste anche al nascere o al crescere di altre forme di comunità di base o di movimenti ecclesiali di cui il papa parla al n. 29 di EG. Sappiamo bene che nel corso della storia della Chiesa lo Spirito Santo ha suscitato e suscita ancora oggi carismi e situazioni favorevoli perché la Chiesa possa progredire nel suo cammino. Anche queste forme dunque, quando sono genuine, diventano una preziosa fonte da cui attingere. È fondamentale tuttavia che questi movimenti, come afferma il papa, non perdano mai il contatto con la parrocchia. Perché? Semplicemente perché la parrocchia è la cellula dentro la quale ognuno di noi è nato alla fede e cresce in essa. Un distacco eccessivo farebbe perdere l’aderenza al vissuto quotidiano e farebbe prendere a volte voli pindarici che non conducono al bene né personale, né comune. La parrocchia può piacere o non piacere, ma è in essa che il cristiano vive la sua aderenza a Cristo. È compito del singolo fare in modo che essa sia migliore viva la fede che professa con genuinità.

«Vi sono poi coloro che non si sposano perché consacrano la vita per amore di Cristo e dei fratelli. Dalla loro dedizione la famiglia, nella Chiesa e nella società, è grandemente arricchita» (AL 158)

EMIDDIO: Con l’ordinazione diaconale consacrerò interamente la mia vita al Signore assumendo il vincolo del celibato per tutta la vita e impegnandomi a vivere ogni giorno ciò che mi verrà chiesto dal Vescovo e dalla comunità diocesana. Il vincolo del celibato che i miei compagni e io assumeremo non è dunque una semplice rinuncia al matrimonio, ma è un consacrare tutta la nostra vita al servizio della Chiesa.

«La verginità è una forma d’amore. Come segno, ci ricorda la premura per il Regno, l’urgenza di dedicarsi senza riserve al servizio dell’evangelizzazione (cf. 1Cor 7,32), ed è un riflesso della pienezza del Cielo, dove “non si prende né moglie né marito” (Mt 22,30)». (AL 159)

MAURO: Papa Francesco definisce la verginità come segno e come forma d’amore. Il segno dice una relazione tra il significante e il significato, ovvero il rapporto tra l’espressione e il suo contenuto, la scolastica lo definisce «qualcosa che sta per qualcos’altro»: si usa il segno per trasmettere un’informazione; e che informazione trasmette questo specifico segno se non quella di un’appartenenza, di una relazione forte tra Dio e coloro che sono stati chiamati a questa specifica forma d’amore che diventa anticipazione del Cielo?
La verginità è poi definita come una forma d’amore. Spesso sotto il nome di amore oggi si nascondono espressioni e immagini che con l’amore hanno poco a che fare. Nel termine amore ci si mette dentro tutto come in un grande calderone privo di fondo e in cui regna la confusione. L’amore è sempre qualcosa di concreto, che conduce alla gioia, alla felicità che solo Cristo può dare in pienezza. Ecco perché se l’amore è orientato verso di Lui e come fine ha Lui non potrà non essere fecondo anche nella verginità che diventa pertanto una forma specifica di questo amore.

«Il principale contributo alla pastorale familiare viene offerto dalla parrocchia, che è una famiglia di famiglie, dove si armonizzano i contributi delle piccole comunità, dei movimenti e delle associazioni ecclesiali». (AL 202) «È salutare la combinazione di tempi di vita in seminario con altri di vita in parrocchia, che permettano di prendere maggior contatto con la realtà concreta delle famiglie. Infatti, lungo tutta la sua vita pastorale il sacerdote si incontra soprattutto con famiglie». (AL 203)

MAURO: Per chi si prepara al sacerdozio è importante tanto vivere il tempo del seminario come periodo di preparazione, di studio, di “separazione” proprio come quando Gesù si ritirava sul monte per pregare, quanto è importante vivere nella concretezza della vita parrocchiale con la quale poi si dovrà aderire e agire. Qui il papa sottolinea l’importanza del contatto con le famiglie: credo che sia un passaggio importante da fare, perché spesso ripetiamo e affermiamo l’importanza della famiglia come piccola comunità cristiana, come luogo di educazione alla fede e alla vita stessa. Tuttavia se, anche durante il periodo del seminario, si perde di vista il contatto con le famiglie concentrandosi, ad esempio, solo sulla realtà giovanile, ci si troverà un giorno a dover essere autonomi dentro situazioni familiari spesso difficili. In questo frangente gioca un ruolo fondamentale la sensibilità dei parroci ai quali sono affidati i seminaristi che dovrebbero aiutare e introdurre i futuri sacerdoti dentro questa complessa rete di relazioni che sono le famiglie.

Ringraziandoli per le preziose considerazioni e il tempo concesso, auguriamo loro un buon proseguimento di cammino… in attesa del prossimo traguardo!

 

di Roberta Setti
Parrocchia di San Giuseppe artigiano

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