Intervista doppia ai vice ACR

Arianna Righi e Alberto Barbieri

È da poco cominciato un nuovo triennio associativo, che ha visto il precedente Consiglio diocesano lasciare il posto ad altri, come ci piace definirli, “chiamati”. Sì, chiamati al servizio, chiamati dal Signore, spinti dalla comune vocazione di servire la Diocesi e unire le parrocchie sotto un’unica, bellissima identità. L’identità di cui vi vogliamo parlare in questo articolo è l’ACR, ma in particolare dei nuovi vice-presidenti: Arianna Righi e Alberto Barbieri, ai quali abbiamo fatto qualche domanda.
Cosa vi ha spinti a candidarvi per questa responsabilità tanto bella quanto importante?

Arianna

Sicuramente il fatto che me l’abbiano chiesto, che ci sia stato qualcuno che mi abbia fatto sentire “chiamata” ad avvicinarmi ancora di più al Signore. Poi anche la voglia di spendermi il più possibile per i ragazzi che ci sono stati affidati.

Alberto

Per me è il secondo triennio di responsabilità in AC. Ho riflettuto molto se dare nuovamente la mia disponibilità in Consiglio diocesano. Credo sia importante non dare nulla per scontato nel percorso di fede in associazione, tenendo in considerazione tutti gli aspetti della propria vita. E poi in AC si ragiona di tre anni in tre anni e non di sei in sei, perciò, in nessun momento, mi sono sentito in ‘dovere’ di rispondere ad una nuova candidatura per completare un percorso. È stato importante il confronto con gli assistenti e i membri della presidenza; persone che ti conoscono e che sanno darti sguardi e letture che da solo non saresti in grado di cogliere. Ho scelto di dare nuovamente la disponibilità per un triennio perché penso sia un’occasione privilegiata per crescere nel proprio cammino di fede, facendo esperienza di quel ‘tirocinio di vita ecclesiale’ che l’Ac pone come dimensione fondamentale del proprio progetto formativo e che, credo, costituisca la gioia di camminare, in comunione, alla sequela di Gesù. Come è facilmente immaginabile, non basta definirsi associazione per vivere questa dimensione. L’ecclesialità, penso alla nostra associazione, è un processo a volte faticoso e per niente scontato, che si realizza con la costante attenzione al cammino della Chiesa diocesana, il dialogo unitario dei settori e delle loro articolazioni e, non per ultimo, la cura e la valorizzazione dell’esperienza associativa parrocchiale.

Cosa vi aspettate da questo triennio?

Alberto

Difficile dire cosa aspettarsi. Sono tanti gli aspetti in gioco quando penso alla vita associativa. Quello che sicuramente non mi aspetto è di raggiungere degli obiettivi. L’AC, grazie a Dio, non è un’azienda e il Consiglio diocesano non è un Consiglio di amministrazione. Anche se, non lo nego, la tentazione di vivere la responsabilità in questo modo è sempre presente. Perciò, spero che in questo triennio si possano creare relazioni nuove, nelle quali operare discernimenti importanti per rendere l’AC, in tutte le sue sfaccettature, un terreno fertile per l’incontro con il volto del Signore.

Arianna

Collaborazione: tra consiglieri, educatori e settori. Non penso che la responsabilità sia una carica da vivere da soli (e questo è anche uno dei motivi che mi ha convinta a candidarmi). Credo che solo unendo le diverse esperienze e le diverse storie che abbiamo, possiamo fare del bene alla Chiesa, ai ragazzi, all’associazione.

di Saverio Covezzi e Benedetta Airoldi

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