Hai fatto di me una meraviglia stupenda

Esercizi spirituali secondo turno a Roverè

“Hai fatto di me una meraviglia stupenda: il cammino nuziale del discepolo nel Vangelo di Giovanni” è stato il tema del secondo turno di esercizi spirituali, aperto a giovani, giovani adulti e adulti, a Roveré (VR) nelle giornate del 16,17 e 18 marzo, guidato da don Enrico Caffari.

La meditazione di venerdì sera era centrata sul salmo 139 “Inno a Dio che tutto conosce”, che mostra quanto Dio riesca a scrutare la nostra quotidianità. Il salmista sottolinea la conoscenza incomparabile (onniscente) e inaccessibile che Dio ha dei nostri progetti, desideri, pensieri e quindi di ognuno di noi e si può notare quanto Dio tenga a noi, come riesca a seguirci in tutto il nostro percorso di vita, sia nei momenti più bui sia in quelli più felici. La conversione del cuore ci permette di riconoscere che Dio ha dei piani per noi e che non ci lascia mai soli.

Nella prima meditazione di sabato mattina, Don Enrico ci ha mostrato come, nel salmo 78 “Rievocazione della storia d’Israele”, l’uomo sia paragonato a un “animale” che racconta storie: “Narreremo alla generazione futura le lodi del Signore”: l’uomo riesce a capire meglio gli insegnamenti di Gesù se gli vengono raccontati. Per capire una storia bisogna leggere necessariamente inizio e fine; nella Bibbia l’inizio viene presentato nella Genesi, mentre la fine è esposta nell’Apocalisse: le immagini riportate in questi brani rispecchiano Dio come nel ruolo del linfagogo (colui che porta la sposa alle nozze) in quanto gioisce dell’unione dell’uomo alla donna (Genesi); mentre Gesù viene visto come sposo messianico atteso da Israele, quindi ci porta a leggere il discepolato in chiave nuziale (Apocalisse). Ognuno di noi quindi è un racconto e, per raccontarsi, è necessario immergersi nella storia che Dio ha iniziato con gli uomini. Per metterci nelle mani di Dio è necessario portare la nostra storia per intero, i nostri errori e le nostre paure così come i nostri successi e le nostre soddisfazioni.

Abbiamo successivamente approfondito il brano di Giovanni Cap. 2 versetti 1-11 “Inizio dei segni a Cana”. Le nozze di Cana rinviano alla creazione dell’uomo e della donna, sono una festa, un momento di gioia e mostrano la potenza della vita sulla morte. I veri protagonisti in questo brano non sono gli sposi, ma Maria, Gesù e il vino. Nella simbologia di questo brano viene data fondamentale importanza al rinvio delle alleanze create tra Dio e il suo popolo. Alcuni parametri delle nozze di Cana riguardano il  prendere coscienza che siamo immersi in questa festa, siamo fatti come meraviglia, il male e il peccato sono solo accessori; porsi nei momenti nei quali “manca il vino” (quindi, ad esempio, nelle situazioni difficili) per essere consapevoli che a volte lo annacquiamo o lo dimentichiamo  a causa delle nostre sofferenze; assumere un atteggiamento di obbedienza per permettere a Dio di riempire le nostre giare e infine poter vivere di questa pienezza.

Passate le nozze di Cana, Gesù si sposta a Gerusalemme dove incontra Nicodemo, un membro del sinedrio, un fariseo. Il dialogo tra Gesù e Nicodemo avviene in un momento notturno: Nicodemo non vuole far venire alla luce il suo avvicinamento al Signore. Egli ha un conflitto interiore: è diviso dalla paura (i farisei lo avrebbero preso per matto se lo avessero visto parlare con Gesù) e da un’evidenza (allo stesso tempo vuole andare da Gesù perché lo vede come un enigma, vuole quindi delle risposte). Anche nel nostro cammino di fede ci sono esperienze di buio (quando non sappiamo dove stiamo andando, quando crediamo in un modo confuso …), ci chiede quindi quali sono i nostri spazi bui durante i quali preferiamo accostarci al Signore nascondendoci. Così come Gesù vuole far rinascere Nicodemo anche noi sentiamo l’esigenza di rinascere da situazioni di sofferenza: siamo capaci di lasciare che il nostro cuore si apra a desiderare ciò che Dio desidera per noi per farci rinascere?

La  meditazione di sabato pomeriggio ha affrontato il brano di Giovanni 4, 1-42 “Colloquio con la Samaritana”. Dopo aver incontrato Nicodemo, Gesù si dirige nuovamente in Galilea. Quando si ferma al pozzo per bere incontra una samaritana, una donna che dopo aver avuto 5 mariti convive con un uomo che non ha sposato; per questo è emarginata dalla società. Infatti, si può notare che la samaritana si reca al pozzo alle 12 per non incontrare le altre samaritane che vanno al pozzo durante la sera (questo fatto riprende il momento buio di Nicodemo, la samaritana si vuole nascondere). Nonostante la samaritana abbia una vita affettiva paragonabile a un ingorgo, Gesù le chiede da bere: ha sete di lei. Così come ha sete della samaritana, Gesù ha sete di noi, si avvicina, ci chiede aiuto, siamo preziosi per lui.  Dio comincia chiedendoci qualcosa per poi riempirci di regali, Dio si dona a noi. Come noi abbiamo sete di Lui, Lui ha sete di ognuno di noi nonostante i nostri ingorghi. Non è possibile essere fecondi se non siamo in grado di donare gratuitamente; il nostro desiderio di ricevere è pari e uguale al nostro desiderio di donare. Il dono è tale solo quando si stabilisce un legame, con il dono è possibile ricostruire le relazioni spezzate: si dona per amore.

Sabato sera, per prepararci alla penitenziale, don Enrico ha approfondito il brano di Giovanni 8, 1-11 “La donna adultera”. Gesù si avvia verso il monte degli ulivi e, nel cortile di un tempio, alcuni scribi e farisei vogliono lapidare una donna adultera. Mettono alla prova Gesù che a sua volta dice loro “Quello di voi che è senza peccato scagli per primo una pietra contro di lei”: Dio non vuole che il peccatore muoia, ma desidera la sua conversione. Riusciamo a perdonare se ci sentiamo perdonati.

La meditazione di domenica mattina riguarda il brano di Giovanni 20, 1-18 “I fatti avvenuti al sepolcro”. Nei primi versetti si nota una situazione di movimento nel buio “Maria Maddalena si recò di buon mattino al sepolcro, mentre era ancora buio, e vide la pietra rimossa dal sepolcro”.La pietra rimossa simboleggia la morte distrutta e che il peccato è stato tolto. Maria stava all’esterno, era bloccata di fronte a questo mistero, era vicina al sepolcro vuoto, ma si era fermata alla fisicità: piangeva perché non vedeva Gesù, pensava fosse stato trafugato. Anche essa sta vivendo un momento di “buio”; riconosce Gesù solo quando la chiama per nome. Il giardino simboleggia il luogo dell’origine dell’uomo: il brano della Resurrezione mostra una creazione rinnovata, un’umanità nuova, la morte è stata distrutta, ha vinto la vita eterna. Gesù non prova rancore per coloro che lo avevano abbandonato sotto la croce, infatti dice a Maria: “Va’ piuttosto dai miei fratelli e di’ loro: salgo al Padre”. Allora rimane una domanda che ci portiamo a casa nel tempo di Pasqua: la Resurrezione riguarda solo la figura di Gesù o la viviamo anche nella nostra fede?

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