
Due appaiono i possibili approcci per accostarsi alla figura di Odoardo Focherini, nato a Carpi nel 1907 e morto nel campo di concentramento di Hersbruck nel 1944: il primo parte, per così dire, dalla fine, dalla sua fine, ‘risucchiato’ magneticamente dalla domanda sui motivi profondi che lo hanno condotto alla scelta di prodigarsi a favore della salvezza degli ebrei, per poi ripercorrerne a ritroso – seguendo un cammino in senso ascensionale – le tappe che lo hanno condotto all’‘olocausto’; il secondo presenta, invece, un canovaccio rovesciato, attento a seguire gli sviluppi di una vicenda biografica densa di spunti, per cercare di coglierne linee di continuità, oscillazioni ed eventualmente ‘rotture’. La ‘tentazione’ di seguire il primo filone, per una figura come quella di Focherini, è strisciante; in un certo senso, la Positio1, impostata sul martyrio, rappresenta un ‘genere letterario’ che indurrebbe a seguire fatalmente questa direzione, su cui proverò, tuttavia, a non indulgere, per evitare il rischio di appiattirne il profilo solamente sulla tappa conclusiva della sua breve vita.
L’insieme della documentazione raccolta durante la fase diocesana del processo di beatificazione ci indica che Odoardo Focherini, come tanti giovani laici nati agli inizi del ‘900, si inserì con naturalezza all’interno dei percorsi formativi che si andavano strutturando sempre più solidamente entro le maglie dell’Azione Cattolica. Nel corso degli anni Venti, si assistette, infatti, al ‘decollo’ dell’associazione attorno ad un modello di apostolato laicale che, sulle basi di una formazione religiosa ‘integrale’, doveva operare per la «restaurazione cristiana» di una società che, nel giudizio corrente, si stava sempre più allontanando dalle sue radici più autentiche. In questa linea, si avvertì l’esigenza di costruire un impianto organizzativo adeguato, che, facendo perno sulla struttura nazionale, ricalcava a ‘cascata’ l’articolazione ecclesiastica sul territorio per diocesi e parrocchie. Sollecitata dalle pressanti attenzioni di Pio XI, che, nel suo fitto magistero dedicato alla teologia del laicato, arrivò a definirla una forma privilegiata della «collaborazione dei laici all’apostolato gerarchico»2, l’AC venne assumendo un centralità pastorale che la collocava al cuore della missione della Chiesa. Per assolvere questo mandato, esplicitamente affidatole da papa Ratti, l’associazione si strutturò in quattro rami (Gioventù Cattolica, Gioventù Femminile, Unione Donne, Unione Uomini), coordinati da una Giunta centrale, i cui compiti, localmente, dovevano essere assolti da un Consiglio che ne sostenesse le molteplici attività e ne dirigesse le opere dipendenti. La struttura era replicata a tutti i livelli di articolazione dell’associazione, secondo una linea organizzativa a raggiera, che, tuttavia, nonostante il disegno ‘centralizzatore’ su cui si reggeva, non presupponeva un rapporto meramente esecutivo nelle relazioni centro-periferia3.
Anche a Carpi si registrò questo moto, dentro al quale Odoardo Focherini maturò la propria iniziazione ad un apostolato laicale consapevolmente interiorizzato e responsabilmente vissuto, soprattutto a partire dal 1924, quando entrò come segretario nel «Comando generale» della Federazione giovanile, che aveva come presidente Zeno Saltini e come assistente don Armando Benatti. Le attività giovanili presenti in diocesi ricevettero nuovo impulso dal vescovo Giovanni Pranzini, che fece il suo ingresso a Carpi il 6 gennaio del 1925. Il presule di origine bolognese, nel marzo successivo, avocò a sé la scuola di propaganda per dirigenti della Gioventù Cattolica, spostandone la sede in episcopio, quasi ad indicare il modello di riferimento a cui dovevano uniformarsi i circoli parrocchiali. La decisione, del resto, rispondeva ad esigenze diverse, ma alla fine convergenti: l’accentuazione della dipendenza dell’associazione dalla gerarchia, il tentativo di proteggerla dal fascismo, ma anche forse le perplessità di fronte all’attivismo di don Benatti, che, attorno al nucleo dei dirigenti della Federazione, ne andava espandendo il raggio d’azione ben oltre il dettato statutario4. In quel periodo, infatti, alcuni ‘discepoli’ di don Benatti si unirono al loro assistente per iniziare una vita comune, fatta di preghiera e apostolato, presso l’oratorio realino. I realini, come vennero appunto definiti, dettero l’avvio ad una serie di iniziative che avevano come filo conduttore l’idea di affermare la regalità di Cristo nella società, secondo le sollecitazioni contenute nella Quas Primas di Pio XI. Questa tensione prese corpo attraverso il doposcuola, la schola cantorum, la filodrammatica, la sezione ginnastica «Virtus», la tipografia, la Scuola operaia di arti e mestieri, nelle quali Odoardo venne progressivamente coinvolto. Su questo tronco si innestò anche l’Associazione Scautistica Cattolica Italiana, che divenne parte organica della Federazione giovanile5.
L’insieme di queste realtà venne attratto nell’orbita dell’Opera Realina, come si chiamò a partire dal 1926 la «famiglia» sorta su impulso di Saltini e don Benatti, che, nelle intenzioni dei promotori, doveva essere «il vivaio e il campo ubertoso dell’Azione Cattolica», in modo tale da affermare la «pace di Cristo nel Regno di Cristo»6. Al di là dei motivi ‘apologetici’, per questa strada, interna all’impianto associativo dell’Azione Cattolica, si cercava di offrire una risposta alle piaghe di una nazione periferica, ancora segnata dagli squilibri di uno sviluppo che lasciava vaste aree del paese in una condizione di arretratezza materiale e culturale, che la roboante propaganda del regime tentava di coprire con i registri della mobilitazione collettiva.
L’Opera Realina, in questo senso, come si premuniva di sottolineare Zeno Saltini, rappresentava il coronamento di un più lungo percorso che aveva visto il ‘paese legale’ contrapposto al ‘paese reale’:
«Essa è la risultante di oltre sessant’anni di Preghiera, di Azione, di Sacrificio della Gioventù Cattolica Italiana. Noi che siamo comunemente considerati i fondatori dell’opera abbiamo esplicato quelle attività continuando le faticose battaglie dei predecessori gregari e dirigenti del movimento giovanile cattolico nella diocesi di Carpi e non abbiamo fatto nulla di nuovo e di straordinario se non portando in alto, come sempre più in alto fu portato, il meraviglioso programma della Gioventù Cattolica nella quale viviamo e ci sacrifichiamo con dedizione incondizionata»7.
Le parole del futuro fondatore di Nomadelfia dovevano servire anche per controbattere ai rilievi critici che da più parti si levavano contro questa forma di apostolato, che trovava la sua ‘ragione sociale’ nelle fibra più intime del tessuto ecclesiale:
«Per servire l’anima, per servire la Chiesa, la Patria, la Società non è per nulla doveroso ad un giovane iscriversi alla gioventù cattolica; basta vivere secondo le norme divine ed umane che regolano la vita di tutti. La Gioventù Cattolica è un’istituzione sorta dal bisogno ardente di alcuni giovani di svolgere insieme volontariamente un apostolato di carità sociale cui nessuno poteva obbligarli e che tutti presto o tardi ammireranno appunto perché è uno slancio di generosità profonda. Essa è in perfetta armonia con tutte quelle istituzioni che sono in perfetta armonia con la S. Sede»8.
Quale era la proposta formativa che veniva alimentata tra i giovani cattolici di Carpi? Innanzitutto, la maturazione di un’adesione integrale ad un ‘progetto educativo’ che non poteva fondarsi semplicemente su un’appartenenza più o meno convinta, ma che rispondeva ad una vocazione forte, tendenzialmente permanente. Come scrisse perentoriamente don Benatti: «Dedicarsi all’apostolato dell’Azione Cattolica. Era una necessità per la missione ricevuta, ne divenne programma di vita»9.
Il carattere vocazionale della vita associativa, nella sua dimensione ‘totalizzante’, si inseriva poi in un cammino ascetico, che, secondo la ‘pedagogia’ all’epoca dominante, richiedeva conquiste interiori sempre più esigenti. Sempre don Benatti annotava nei quaderni su cui trascriveva i resoconti delle lezioni tenute ai dirigenti della Federazione giovanile: «La volontà non è un meccanismo, è una facoltà viva, e bisogna influire su di essa con motivi forti, proponendo impegni di apostolato, scelti però dal giovane stesso»10. Questo ideale si fondava su due fuochi che si dovevano sviluppare in parallelo, in un intreccio che diveniva sempre più stringente con l’assunzione da parte del giovane di responsabilità sempre più definite: la tensione verso la purezza e la forza di resistenza11. Anche se in superficie questi tratti del cammino formativo lasciavano trasparire in negativo una curvatura moralistica di opposizione radicale alla società del tempo, al fondo emergeva una proposta più robusta, che in positivo doveva condurre il dirigente dell’AC a conformarsi su un modello di santità costruito sulla fortezza cristiana, efficacemente rappresentato dai propositi che Zeno Saltini intendeva condividere con Carlo Ganassi, vicepresidente della Gioventù Cattolica:
«V’hanno nella vita due sistemi di viverla: l’uno (lo sbagliato, la perdizione) che la Vita non conosce perché non la vive; l’altro che conosce la Vita e la vive più o meno intensamente. In quest’ultimo nasce e si sviluppa e opera l’eroismo […]. L’eroismo è il solo che ha una forza addirittura incommensurabile […]. È l’eroismo la vita dei grandi dolori e delle grandi gioie […]. Doloroso è per l’eroe non essere circondati di eroi, ché l’eroismo tra eroismo è capace di prodigi grandiosi […]. “Vuoi essere buono? Osserva i comandamenti... Vuoi essere perfetto – vuoi essere l’eroe cristiano? […] Abbandona tutto... Avrai – concludeva con una parafrasi un po’ abborracciata – il cento per uno”. Ecco la via dell’eroismo, ecco l’eroe, ecco il santo. Scegli; e l’uno e l’altro sei in grado di fare»12.
È appena il caso di far notare che queste richieste avevano un sottofondo comune con l’ideale ascetico a cui era chiamato il clero. Si sbaglierebbe prospettiva, tuttavia, se si pensasse che le differenze passassero solamente attraverso una sua differente declinazione nei rispettivi ambiti: il campo spirituale per le persone consacrate e la sfera temporale per i laici. In realtà, cominciava a farsi largo la convinzione che la santità dei laici si realizzasse nella vita ordinaria, come faceva notare Zeno Saltini: «Dov’è il merito, il valore di un giovanetto, di un giovane cattolico che non si preoccupa altro che di emergere nella istruzione religiosa, nell’apostolato, nella liturgia, quando non cura con eguale intensità anche la propria professione? Ma nel lavoro si fa la volontà di Dio e dovrebbe essere un rimorso non approfondire la propria professione, la quale pure in certo modo, è creazione di Dio stesso»13.
Questa tensione apostolica venne alimentata con ancora più vigore negli anni della presidenza diocesana di Focherini, che venne chiamato alla guida della Federazione nel 1928. In questa veste, fu coinvolto nei fatti del 1931, quando d’autorità vennero sciolti i circoli giovanili cattolici, determinando una ferita a quel clima di rispetto, se non di consenso, nei rapporti tra Chiesa e fascismo, consacrato con i Patti lateranensi. Nell’occasione, la posizione di mons. Giovanni Pranzini fu ferma: «Il da farsi è questo: ciò che è sostanza, continui. Sostanza è da parte dei sacerdoti educare la gioventù formandola spiritualmente in modo sempre più perfetto e da parte dei giovani lasciarsi formare e alla loro volta aiutare i sacerdoti nell’apostolato». E aggiungeva che l’‘accidente’ poteva anche andare disperso. Però Focherini, come avrebbe raccontato divertito, corse per tutta la diocesi a salvare registri e bandiere, i segni appunto dell’identità associativa, che, per quanto rientrassero tra gli ‘accidenti’, rappresentavano simbolicamente la trama di relazioni su cui era stato costruito il rilancio associativo dopo la grande guerra. Nonostante la ricucitura con il regime del settembre successivo, la Gioventù cattolica faticò a riprendere quota. Nel 1932 Odoardo, in una relazione inviata a Roma, lamentava l’arresto nello sviluppo dell’associazionismo giovanile, con un crollo negli iscritti che erano passati da 472 a 161. Facendo leva sulle sue indubbie doti organizzative e sulla capacità magnetica di coinvolgere attorno alle iniziative che lo vedevano protagonista anche la cerchia dei collaboratori, Focherini contribuì sensibilmente alla ripresa della GC, che di lì in poi conobbe basi più solide.
Per quanto riguarda i rapporti con il regime, nel silenzio quasi completo delle fonti, l’AC di Carpi, soprattutto durante l’episcopato di Pranzini, rimase sostanzialmente estranea all’illusione, coltivata in altri contesti, di poter cattolicizzare il fascismo, puntando piuttosto a costruire non un’opposizione, aperta o silenziosa che fosse, ma un modello alternativo. Questa spinta ricevette, per così dire, una consacrazione pubblica nei congressi eucaristici, che lungo il decennio punteggiarono la vita della Chiesa di Carpi (1929, 1933, 1936, 1938, 1939). I congressi, a cui Odoardo diede costantemente un insostituibile supporto organizzativo, segnavano infatti, contro le pretese del regime di ‘sacralizzare la politica’, il richiamo alla regalità sociale di Cristo, per il cui avvento occorreva una lotta a tutto campo di un forte e compatto esercito. Non mancarono momenti, soprattutto in coincidenza della guerra d’Africa, in cui i rapporti tra Chiesa e fascismo sembravano trovare punti di convergenza più stabile, che non lasciarono immune lo stesso Focherini: all’indomani della proclamazione dell’impero, ad esempio, in un articolo dedicato ad una mostra missionaria aperta a Mirandola, egli invitò i lettori a visitarla come un «dovere religioso e civile»14. Del resto, in quel periodo, Focherini aveva preso – per «necessità familiare» – la tessera del Partito nazionale fascista.
Il servo di Dio, infatti, fu pienamente assorbito nella vita della nuova famiglia: dall’unione celebrata con Maria Marchesi (1909-1989) nel 1930, nacquero sette figli. Tra le mura di casa, poté così mettere a frutto quella passione educativa che, negli anni giovanili, lo aveva contagiato nelle frenetiche attività per lanciare il movimento aspiranti. Per far fronte alle crescenti necessità economiche, nel 1934 aveva lasciato la bottega paterna per entrare nella Società Cattolica di Assicurazioni.
Parallelamente a questi cambiamenti esistenziali, anche gli impegni sul versante associativo divennero sempre più pressanti: nel 1934 Focherini fu eletto presidente dell’Unione uomini di Azione Cattolica, responsabilità che tenne fino al 1936, quando il vescovo Carlo De Ferrari lo designò alla presidenza generale dell’associazione. Il suo mandato si concluse di fatto nel 1939, in seguito alla riforma statutaria voluta da Pio XII, che affidava la responsabilità associativa ad un ecclesiastico delegato del vescovo. La sua concezione della missione dei laici traspare nitidamente dalla testimonianza di un amico:
«Uomo di azione soprattutto. Uno di coloro che avevano inteso fin da principio cosa sia la modernissima forma di apostolato dell’Azione Cattolica e ad essa aveva donato tutto se stesso, nel lavoro e nella famiglia, ché professionista e padre, Odoardo era pur sempre apostolo: cristiana quindi la sua famiglia, cristiano per irradiazione della sua fede l’ambiente in cui lavorava. Ogni ambiente in cui era chiamato a vivere. Ma ancora errerebbe chi pensasse che Focherini fosse un predicatore. Egli non parlava molto di fede. E ne parlava per lo più solo con chi viveva già nel piano spirituale che era a lui proprio [...]. Con i “lontani” non era così. Per essi aveva un altro mezzo di conquista: l’esempio e la carità. Esempio a tutti e carità per tutti. Nessuno gli ha mai chiesto nulla invano. E meglio ancora nessuno l’ha invano conosciuto, ché il suo immediato e sempre valido interessamento precorreva la richiesta»15.
Con lo scoppio della guerra e l’avvio della soluzione finale, Focherini si prodigò per la salvezza degli ebrei: «I perseguitati – ebbe a scrivere il suo biografo Giacomo Lampronti – ormai erano i suoi persecutori»16. La chiamata alla santità nella vita ordinaria dovette espandersi verso nuovi orizzonti:
«Vivo tra noi ci dette il sentore di queste sue grazie particolari. Una concezione errata della santità, ci propende a ritenere che i santi anche su questa terra siano costantemente con gli occhi rivolti al cielo, circonfusi di un’aureola luminosa, odorosi di rose o di viole. Pensiamo di vederli come di poi la pietà li dipinge sugli altari. Non riusciamo a comprendere come un santo possa essersi assiso alla nostra mensa, a mangiare gagliardamente e gagliardamente bere, parlando di cose futili, scherzando, giocando con i nostri bambini, dormendo poi sotto il nostro tetto come un qualsiasi mortale. Dimenticando nella nostra miseria che la Chiesa ha il mandato divino di fare di ogni uomo un cristiano e di ogni cristiano un santo e che quindi è più che naturale che se un uomo come Odoardo Focherini prende sul serio la sua dignità di cristiano, cammina naturalmente sulla via della santità [...]. Odoardo Focherini fu un vivente miracolo, uno dei santi nel corso dei millenni, di quel perenne miracolo che è il Cristianesimo. E poiché il Cristianesimo nella sua infinita diversità che abbraccia ogni “tipo” umano, sempre uguale e sempre diverso a se stesso, si tramuta e rinnova rimanendo pur sempre fedele al suo modello che è Cristo, Odoardo Focherini reca lo stampo ed i modi del suo tempo [...]. Oggi è l’ora dell’apostolato senza saio, dei Santi nel mondo [...]. Di questi fu Odoardo»17.
L’opera di salvataggio degli ebrei fu all’origine prima dell’arresto, poi dell’internamento e infine della deportazione nei lager nazisti, dove si spense nel dicembre del 1944. Nel testamento spirituale idealmente consegnato ad un amico, Focherini lasciò detto che offriva la propria vita «in olocausto per la Diocesi, per l’Azione Cattolica».
1 Beatificationis seu declarationis martyrii servi Dei Odardi Focherini christifidelis laici in odium fidei, uti fertur, interfecti (1907-1944). Positio super martyrio, Romae, Congregatio de causis sanctroum, 2003. D’ora in poi si citerà semplicemente come Positio, specificando le singole parti in cui è articolata.
2 Questa definizione si trova in un discorso del 12 marzo 1935, rivolto agli alunni degli istituti ecclesiastici di Roma, in La parola del Papa su L’Azione Cattolica, a cura di A.M. Cavagna, Milano, Vita e Pensiero, 1937, p. 7. In altri interventi, papa Ratti, senza modificare il concetto di fondo, parlò di «partecipazione», «ausilio», «aiuto», ecc.
3 Cfr. E. Preziosi, L’Azione Cattolica Italiana e la parrocchia degli anni ‘30, in «Impegno», VIII, 1997, n. 1, pp.41-64.
4 Tale almeno è l’interpretazione avanzata in L. Benetti, Il Canonico Don Armando Benatti, Mirandola (MO), Tipografia Renzo Pivetti, 1987, p. 100.
5 Ibidem, pp. 71 e 112.
6 Secondo quanto recitava il manifesto del 20 giugno 1926, citato in L.M.M. Turchi, La posizione dei cattolici nella diocesi di Carpi di fronte al fascismo (1921-1931), in Regime fascista e società modenese (1922-1939), a cura di L. Bertucelli e S. Magagnoli, Modena, Mucchi, 1995, p. 600.
7 Z. Saltini, Preghiera, Azione, Sacrificio, in «Cuor di Giovani», 1927, aprile.
8 Ibidem. Su questo denso testo, aveva attirato l’attenzione anche E. Preziosi, Zeno Saltini e l’Azione Cattolica, in Don Zeno e Nomadelfia. Tra società civile e società religiosa, a cura di M. Guasco e P. Trionfini, Brescia, Morcelliana, 2001, pp. 61-62.
9 A. Benatti, I Realini, in «Cuor di Giovani», 1925, agosto, citato anche in L. Benetti, Il Canonico Don Armando Benatti, cit., p. 77.
10 Ibidem, p. 143.
11 Anche in questo caso appaiono illuminanti le annotazioni di don Benatti riportate ibidem, pp. 140 e segg.
12 Z. Saltini a C. Ganassi, Carpi, 21 luglio 1924, in Don Zeno di Nomadelfia, Lettere da una Vita, vol. I, 1900-1952, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1998, pp. 16-18.
13 Z. Saltini, La ricreazione che educa, in «Cuor di Giovani», 1927, n. 5, maggio, p. 2.
14 O. Focherini, La grande mostra missionaria alla Mirandola, in «L’Avvenire d’Italia», 28 novembre 1936.
15 G. Lampronti, Mio fratello Odoardo, Bologna, Tipografia «L’Avvenire d’Italia», 1948, p. 11.
16 G. Lampronti, Mio fratello Odoardo, cit., pp. 65-66.
17 G. Lampronti, Mio fratello Odoardo, cit., pp. 17-18 e 20.