Chiamati a scoprire il sapore

Convegno nazionale educatori ACR

Chiamati a scoprire il sapore”: questo è il titolo scelto per il convegno nazionale educatori, tenutosi a Roma dal 14 al 16 dicembre 2018. Il tema centrale di questi tre giorni di conferenze, incontri e visite è stato la cura educativa come vocazione.

 

MONS. GUALTIERO SIGISMONDI

Durante il momento di preghiera iniziale, S. E. Mons. Gualtiero Sigismondi, assistente generale dell’AC e vescovo di Foligno, ha descritto la figura dell’educatore. L’educatore dev’essere un compagno di strada che indica la via da seguire, e che in primis la percorre: l’unica autorità che gli è concessa è la testimonianza. Suo compito è quello di addestrare alla libertà e alla ricerca della verità: non è una chioccia, ma una sentinella che attende la pienezza del tempo di ognuno, e comprende quando è il momento di congedarsi. Non può spacciarsi per un amico, poiché i ragazzi hanno bisogno di figure autorevoli. Un vero educatore deve investire il suo tempo: la misura più alta della carità è infatti investire il proprio tempo per gli altri.

A seguire, il responsabile nazionale ACR Luca Marcelli ha introdotto gli interventi di Pierpaolo Triani, professore associato di didattica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, e don Luigi Ciotti, presidente di Libera, sottolineando come oggi, periodo dello spopolamento giovanile, ciascuno di noi è chiamato a suscitare vocazioni educative, che nascono appunto attraverso la vita.

PROF. PIERPAOLO TRIANI

“CON TUTTI: IL GRUPPO A SERVIZIO DELLA VOCAZIONE”

L’intervento del Prof. Triani, dal titolo “Con tutti: il gruppo a servizio della vocazione”, si è concentrato sull’analisi del gruppo, e di come questo possa far crescere, negli educatori e nei ragazzi, la prospettiva vocazionale. La vocazione della propria vita si scopre infatti nell’incontro, non è un fatto individuale come si potrebbe essere portati a credere: è una scelta che ha una ricaduta sugli altri. Si può dire perciò che la vocazione è un fatto personale, ma non individuale. Non bisogna però neanche credere che il gruppo sia uno strumento magico, sempre positivo: è sicuramente una realtà forte e potente, ma anche molto delicata. Un gruppo può infatti diventare una realtà chiusa, che invece di sostenere la libertà sfocia nel cameratismo.

Il gruppo resta comunque il dispositivo fondamentale per sperimentare la comunicazione umana: comunicare significa infatti uscire da sé (ed è diverso da esprimere sé stessi), con l’intento di comprendere l’altro. È nel gruppo che si scopre la propria vocazione, perché si scoprono i propri limiti e i propri desideri, proprio perché permette di conoscersi non solo attraverso il proprio sguardo, ma anche attraverso quello degli altri. In particolare, i gruppi ACR devono essere esempio del dono gratuito di sé: non si scelgono infatti i ragazzi, come non si scelgono gli educatori. Il gruppo ACR è una palestra concreta della prossimità, del tu, e dobbiamo prendercene cura, ponendo attenzione alle persone e non alle masse, coltivando relazioni che aprono, e che portano il gruppo ad andare oltre sé stesso, aiutandoci a riflettere, a confrontarci e a scoprire il talento di ognuno. Se è vero che i progetti di vita possono fallire, la vocazione no. Per questo bisogna tenere a mente che il gruppo è solo lo strumento, il fine è la persona, la sua maturazione e la sua libertà.

DON LUIGI CIOTTI

“PER TUTTI: COME NASCE UNA VOCAZIONE AL BENE COMUNE?”

La relazione di don Luigi Ciotti, dal titolo “Per tutti: come nasce una vocazione al bene comune?”, comincia riportando i dati del Censis, che mostrano come l’Italia rappresenti una realtà sempre più disgregata, impaurita e incattivita. Come cercare quindi di invertire questa tendenza? Il modello ideale è quello della città educativa, dove ogni membro della società è coinvolto nel processo educativo. Educare è un prezioso sismografo, che registra i cambiamenti sociali in corso. Una società dove le relazioni sono deboli è piena di paura: oggi questo emerge chiaramente dall’emorragia di umanità, ma anche di memoria. Don Ciotti sottolinea come i valori non possano essere trasmessi solo con le parole, ma sia necessaria la testimonianza. È dalla strada che nasce la vocazione al bene comune.

Non si può parlare di disagio sociale senza comunicare con chi quel disagio lo prova sulla propria pelle; e non è nemmeno sufficiente accorgersi degli altri intorno a noi, bisogna sentirli intorno a noi. C’è un disagio visibile, evidente, ma dobbiamo essere attenti, perché ce n’è anche uno invisibile e più facilmente ignorato. Don Luigi Ciotti definisce la vocazione come una voce che chiede risposta: è qualcosa che sentiamo di dover realizzare al di là di ogni calcolo e di ogni convenienza, è una responsabilità. Invita tutti ad avere come orizzonte un orizzonte di quotidianità, e non di straordinarietà. E ci ricorda che la povertà non è mai una semplice fatalità, e la speranza non è un reato. Per questo siamo chiamati ad essere portatori di speranza agli esclusi, ai poveri e agli emarginati.

MONS. DOMENICO BATTAGLIA

“LA COMUNITA’ CRISTIANA PER LE VOCAZIONI AL SERVIZIO EDUCATIVO”

Il primo intervento di sabato 15 dicembre è tenuto da Mons. Domenico Battaglia, vescovo di Cerreto Sannita – Telese – Sant’Agata de’Goti. Il tema affrontato è “La comunità cristiana per le vocazioni al servizio educativo”, e Mons. Battaglia comincia rivolgendosi alla platea, chiedendo quali sono gli appuntamenti che hanno segnato la nostra vita. È da questi momenti che possiamo rintracciare la nostra vocazione educativa.

Mons. Battaglia parla dell’arte di essere educatori: arte perché prendersi cura è un atto che richiede creatività, è qualcosa di rivoluzionario, che genera bellezza. Ma essere educatori richiede anche la disponibilità ad accogliere, accompagnare e discernere. Insomma, è una missione che comporta accettare il rischio della relazione. Non dobbiamo però scordare che prendersi cura è un fatto ecclesiale, e non individuale. Dio si fida di noi, nonostante le nostre insicurezze e i nostri timori, e ci chiede di prenderci cura dei fratelli.

MATTEO TRUFFELLI

“L’EDUCATORE: UN DISCEPOLO MISSIONARIO”

La mattina è poi proseguita con l’intervento di Matteo Truffelli, presidente di Azione Cattolica Nazionale, dal titolo “L’educatore: un discepolo missionario”.

Truffelli ha sottolineato più volte, così come anche il papa in Evangelii Gaudium, quanto l’azione di ogni educatore sia quella di innestare dei processi, come se si trattasse di un raccolto da far fruttare, di un investimento da far crescere. E su ogni ragazzo vale la pena di investire, in modo personale e comunitario. L’esperienza educativa è infatti una responsabilità di tutta la parrocchia, di tutta l’associazione che, proprio grazie all’impegno educativo, diventa associazione missionaria e misericordiosa.

Ogni educatore è discepolo missionario in quanto ha incontrato l’amore di Dio e si è sentito interpellato da esso. Un incontro che è avvenuto nel pieno della nostra vita e che ci spinge ad immergerci ancora di più nella nostra rete di relazioni: Dio ha scelto la dinamica del popolo per venire sulla terra e allo stesso modo anche noi siamo chiamati ad essere discepoli solo all’interno di una comunità. Anche i bambini e i ragazzi che la nostra associazione ci ha affidato sono nostri compagni di strada, che ci aiutano ad aprire gli occhi e il cuore. Ma questo non li rende di nostra proprietà, non possiamo pretendere di avere nessun diritto su di loro e non è nostro dovere convincerli della nostra opinione. L’educatore, come Giovanni il Battista, non indica sè stesso ma il Signore. L’educatore si occupa di trasformare l’impronta che Dio ha lasciato in ogni ragazzo in segno tangibile, ma lo fa sostando alla soglia della loro coscienza, senza invaderla.

 

Il pomeriggio è stato dedicato a quattro diversi itinerari di arte e Vangelo, accostando la visita a una delle basiliche romane alla testimonianza a tema socio-politico: San Luigi de’ Francesi con il suo Trittico di Caravaggio e la riflessione sul servizio dei piccoli attraverso la prossimità nel dolore, Santa Croce in Gerusalemme con il racconto della vera storia della croce e la riflessione sul servizio dei piccoli attraverso la presenza dei poveri, Santa Maria Maggiore con il mosaico dell’annunciazione e la riflessione sul servizio dei piccoli attraverso l’impegno politico e San Paolo fuori le mura con l’Arco di Galla Placidia e il transetto, riflettendo sul servizio dei piccoli attraverso il lavoro. La vocazione al prendersi cura dei bambini e dei ragazzi nasce infatti anche dall’impegno a tenere gli occhi aperti sul mondo, da qui la scelta degli incontri testimonianza rispettivamente nell’ospedale pediatrico Bambin Gesù, nella Cittadella della carità, nel Palazzo della cooperazione di Confcooperative e nel Pontificio oratorio San Paolo.

LUCA MARCELLI

CONCLUSIONI

Dopo la messa celebrata dall’assistente ACR don Marco Ghiazza, la domenica mattina ha visto la chiusura dei lavori, con le conclusioni del responsabili nazionale ACR, Luca Marcelli.

Luca ci ha ricordato che la vocazione educativa parte dal presupposto di apertura alla novità e al mistero della Parola. Il mistero passa nella nostra vita e le dà gusto, sapore, attraverso le persone che a loro volta hanno riconosciuto il nostro sapore. E’ questo che siamo chiamati a fare nei confronti degli ACRini: chiamarli per nome, farli sentire unici e originali all’interno del gruppo, ma non eccezionali.

La storia di appartenenza all’AC è infatti una storia di nomi e di incontri, una storia che nasce dall’esserci innamorati della vita degli altri e di ogni bambino. Una storia che parla anche di guarigione dall’autoreferenzialità, dalla tentazione dei tecnicismi. Il discepolo è una persona implicitamente imperfetta, incompleta e fragile ma che non riempie i suoi vuoti con una visione distorta del servizio come potere, bensì li affida a Dio. Spesso ci lasciamo vincere dalla tentazione di seguire cose che non hanno vita, perché di esse è possibile avere il controllo. Qui affonda le radici la crisi della vocazione educativa, che si fonda su cose senza vita, volendo stabilire noi in che momento chiedere udienza al Signore. Ed è proprio da qui che nasce il rischio di vivere una fede non autentica che è facile confondere con il benessere poiché se la fede ti fa stare bene, ti dà assuefazione e ti porta alla neutralità, non è fede.

La vocazione educativa va quindi sempre sostenuta da un discepolato attento, dalla partecipazione attiva a un gruppo di formazione, dalla condivisione delle responsabilità. La vita di chi ha una vocazione educativa non è una ricetta perfetta e, anzi, non esiste neanche la ricetta dell’educatore perfetto, anche perché se la vocazione educativa è di alcuni, la responsabilità è di tutti. Conclude infine dicendo che “il compito dell’educatore è diminuire, perchè Dio cresca e si renda manifesto in mezzo a noi”.

Alla domanda su come non farsi vincere dalle fatiche risponde di assumere una prospettiva diversa sul servizio, una prospettiva centrata sulla vita dei ragazzi e che ci faccia brillare gli occhi quando ne parliamo. Il servizio educativo è meno faticoso quando basato su volti e storie, che faranno parte di noi per tutta la vita, quando basato sul costruire belle relazioni e non belle attività. La fatica infatti nasce forse da attività vissute male e non incentrate sullo Spirito.

 

Tanti sono gli spunti emersi da questo convegno e solo alcuni quelli che abbiamo potuto riassumere qui, rimandiamo quindi la visione degli interventi dal canale YouTube di Azione Cattolica: 

https://www.youtube.com/user/YouACR/videos

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